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IL POPOLO

Quelli che non sanno nemmeno se hanno un diritto al mondo.

Volume della collana in.folio n. 20
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Formato: 125x195, 224 pagine / Gennaio, 2020 / ISBN: 9788893131452
Autore: 

Rileggere Jules Michelet

Il popolo leggendario

È con la rivoluzione francese che nasce il popolo – nelle strade e nei discorsi politici. Ma che cos’è il popolo? La nazione, le masse popolari, la plebaglia? Lo storico Jules Michelet non scioglie le ambiguità, ma esalta una figura ideale, portatrice di fraternità.

Nel 1846, Jules Michelet, titolare della cattedra di storia al Collège de France, noto come medieva­lista, pubblica un libretto intitolato II popolo. Questo saggio ha contribu­ito notevolmente a trasformare l'autore in un'icona repubblicana, il cantore del «grande racconto nazionale» caro alla Terza repubblica. L'opera ha anche fis­sato per molto tempo una concezione grandiosa e al tempo stesso familiare del popolo francese, sempre pronto al duro lavoro e all'insurrezione, incar­nante una nazione eccezionale, quel­la che aveva portato all'affermazione dell'uguaglianza tra gli uomini. Probabilmente è stata la prima volta che uno storico si è impegnato a de­scrivere, a comprendere e a celebrare la «grande Francia silenziosa», quel­la degli operai, di chi vive nell'ombra, «da molto tempo dominata da una pic­cola Francia, rumorosa e inquieta». Ma se Michelet è colui che lo nomina e lo studia in modo più sistematico, l'ascesa del popolo come eroe della storia, caratteristica del grande movi­mento romantico in tutta Europa, av­viene però sulla scia della rivoluzione del 1789 e delle vittorie del «piccolo caporale» — il soprannome di Napoleo­ne Bonaparte — ed è favorita dall'amarezza e dal fermento politico suscitati da ciò che è seguito loro.

Quando Michelet decide di far par­lare «quelli che non sanno nemmeno se hanno un diritto al mondo», Lu­igi Filippo è da poco diventato re dei francesi, dopo aver sfruttato molto abilmente la rivoluzione del 1830 e le sue Trois Glorieuses, le «giornate di luglio». I sostenitori della Repubblica, tuttavia, non sono scomparsi del tutto. Sullo sfondo della rivoluzione indu­striale, la miseria dei lavoratori diven­ta difficile da ignorare e la questione sociale si impone in modo sempre più pressante. Le due insurrezioni (nel 1831 e nel 1834) dei canuts di Lione, decisi a rifiutare l'abbassamento del loro salario, hanno lasciato un segno. L'inchiesta di Louis-René Villermé, Stato fisico e morale degli operai nel­le manifatture di cotone, di lana e di seta (1840), dimostra a tal punto la violenza dello sfruttamento da por­tare all'approvazione di una legge sul lavoro minorile. Da // libro del popo­lo di Félicité de Lamennais a Orga­nizzazione del lavoro di Louis Blanc, da Che cos’è la proprietà? di Pierre-Joseph Proudhon a Viaggio in Icario di Etienne Cabet, numerosi saggi te­stimoniano ardentemente un rifiuto argomentato dell'ordine in via di co­struzione. La battaglia intellettuale è condotta in modo altisonante, mentre i club rivoluzionari segreti si preparano a imbracciare le armi e un'opposizione radicale si diffonde dando vita a molti nuovi movimenti: cattolicesimo socia­le, socialismo, anarchismo, comuni­smo. L'avventuriero Luigi Napoleone Bonaparte sente che è giunto il mo­mento di costruirsi una reputazione da riformista e nel 1844 scrive senza battere ciglio l'opuscolo Estinzione del pauperismo...

Il vangelo dell'uguaglianza

«Venite, lavoratori. Vi accoglieremo a braccia aperte. Portateci un calore nuovo; lasciate che il mondo, la vita, la scienza ricomincino». Per Michelet il popolo è soprattutto il lavoratore, il contadino, l'operaio, ma non si parla ancora di lotta di classe: il ricco può meritare la propria condizione, quan­do è a suo modo creatore di progetti e di attività imprenditoriali. L'oppo­sizione fondamentale si situa tra una borghesia essenzialmente «meschi­na», che non produce niente di rile­vante e che privilegia l'individuo e i suoi diritti molto più del cittadino e dei suoi doveri, e il «plebeo», senza dubbio ignorante, a volte volgare, ma che conosce la vita. Perché la vita «si conosce solo a un prezzo: soffrire, la­vorare, essere poveri». Il suo «istinto» non lo inganna, non è stato indeboli­to o sviato da un vano sapere; perciò, «quando si tratta del passato, della morale, del cuore e dell'onore, non temete, studiosi, di ascoltare i suoi insegnamenti». Si tratta di una prima versione della common decency («de­cenza comune») che sarà tanto cara a George Orwell. L'immagine del popolo appare così idealizzata in quella del «semplice», simile al bambino, che possiede i veri valori - dimenticati dagli intellettua­li -, forte di una vitalità rigeneratrice veicolata dall'amore per la nazione francese. Perché il popolo, secondo Michelet, si sente legato alla storia del proprio paese, ne è l'erede e il conti­nuatore, lontano dalle élite che si im­maginano invece cosmopolite e svin­colate dalla propria patria al punto da preferire altri Stati, soprattutto se più ricchi e più potenti. Non si tratta però di un patriottismo etnico. Il popolo è il rappresentante e il difensore della nazione perché la Francia, «più che una nazione, è una fraternità vivente» e perché a «vivificare il mondo» è «il calore latente della sua Rivoluzione».

  • semplici, i silenziosi, riconoscono che la Francia è il paese che «più di ogni altro ha intrecciato il proprio in­teresse e il proprio destino con quelli dell'umanità», fondando «per tutte le nazioni il vangelo dell'uguaglianza».
  • povero è il depositario di questo vangelo. Per esso si è battuto in passa­to e ricomincerà a battersi un giorno...

Non si tratta dunque qui di naziona­lismo, ma di una sorta di messianismo secondo cui «la vera Francia [è] quel­la della Rivoluzione», che gli svantag­giati riconoscono più facilmente come necessaria. «E la tua stirpe è quella dell'89 (2)». Ovviamente, questa rappresentazione del popolo e del genio nazionale è mistificante e carica di equivoci. Mi­chelet parla di un popolo il cui istinto non sbaglia mai, che sceglie spontanea­mente la strada giusta e che deve restare così com'è, «fonte di vita in cui le classi colte devono cercare il proprio ringio­vanimento», al riparo da ogni acquisi­zione di conoscenze, intrinsecamente corruttrici... Si tratta di un popolo sor­damente religioso, più che politico. Ma in questa mistica irritante, se non pericolosa, c'è uno slancio splen­dido, che trasporta e trasforma il tutto in un'emozione attiva. Michelet sape­va bene che quello che descriveva era un ideale: «La più alta idea di popolo diffìcilmente si incontra nel popolo concreto. Quando lo osservo qua o là, vedo una classe determinata, una forma parziale del popolo, alterata ed effimera.» Ma poco importa: questo ideale ardente, caratterizzato da un potente lirismo, diventa una dichiara­zione d'amore per l'aspirazione rivolu­zionaria e per i «barbari», bello come una leggenda che, incarnata «dal po­polo», diverrà un'arma. Nel 1848, una rivoluzione abbatte­rà il trono e instaurerà - anche se per poco tempo - la Seconda repubblica.

E. P.

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